giovedì 26 settembre 2013

La scelte scolastiche per i bambini, banco di prova dei genitori !

Il successo inizia all'asilo?

In molti film americani si evince l’importanza estrema della scelta scolastica, in una cultura meritocratica dove la storia di un individuo si decide già a 3 anni, inserire il proprio pargoletto nell’asilo rinomato e superattrezzato è necessario, indispensabile per arrivare al successo da grandi. Allora si richiedono raccomandazioni, si scomodano amici e funzionari, si combatte con il coltello tra i denti per garantirsi un posticino in quella scuola che aprirà le porte verso un futuro luminoso e professionalmente vincente.

Anche da noi molti genitori vivono la scelta scolastica, a partire dall’asilo, con molte ansie e preoccupazioni, paura di scegliere un ambiente sbagliato, di affidare il bimbo a persone incompetenti, paura di influenzare negativamente lo sviluppo psicologico e cognitivo dello stesso. Le cronache recenti purtroppo ci hanno mostrato casi di  violenza ai danni di inermi bambini proprio in quelle strutture dove dovrebbero essere protetti e amati. Ovviamente tutti desiderano il meglio per i propri figli, ma bisogna accertarsi di cosa sia “il meglio”, quali sono le priorità e cosa sia velleitario, le aspettative scolastiche devono essere adeguate all’età del bambino,  nel rispetto delle disponibilità e possibilità dei genitori. 

Molte persone trascorrono mesi a raccogliere informazioni, fare colloqui, parlare con amici e conoscenti, ponderando vantaggi e svantaggi di questo o quell’istituto, paragonando le attività extracurriculari o la media di recite ed esibizioni, scervellandosi su quale lingua straniera scegliere, come se dalla bontà di queste scelte dipendesse tutto il futuro dello studente in erba, ovvero scelta errata, niente futuro d'eccellenza! 

Alcuni genitori, stremati e terrorizzati, alla fine di questo lavoro di ricerca e supervisione abbandonano la sfida per il primo anno d’asilo del bambino dichiarando di non sentirsi ancora pronti; altri puntano sulla scuola prescelta operando un costante controllo su attività svolte e amicizie, confrontando le competenze acquisite dal bambino con  figli di amici e parenti, con il terrore di scoprire che altrove si fa di più e meglio!

Gli anni della scuola dell’infanzia sono dedicati alla prima forma di socializzazione, i bimbi per la prima volta escono dall’ambiente familiare e trascorrono il loro tempo in un ambiente estraneo, imparano a gestirsi da soli, a relazionarsi tra pari, apprendono che non sempre si ha la meglio, piccole frustrazioni che li aiutano a misurarsi con se stessi e gli altri, guardano il mondo attraverso gli occhi di un altro bimbo, sognano e inventano storie in un luogo deputato a ciò. Questi sono gli aspetti fondamentali, esplorare, conoscere, relazionarsi, arrabbiarsi e piangere e scoprire che un amichetto ti offre il suo fazzolettino, scoprire nuove figure adulte affidabili e affettuose, cimentarsi in piccole prove che fanno emergere abilità, competenze e qualità personali, senza giudizio, un equilibrato sostegno alla Persona nella sua originalità.

 Cosa chiedere di più? Nulla di meno sicuramente, il resto è ininfluente per un sano sviluppo del bambino!  Sostenere la crescita di un bambino significa aiutarlo a conoscersi, dal punto di vista emotivo, sociale, intellettivo, perché questa autocoscienza genera:
         
               ·        gioia e  serenità, voglia di vivere ed esplorare con curiosità,
          ·         capacità di affrontare gli ostacoli, psicologici o pratici
          ·        capacità di vivere le emozioni  con intensità,
       ·        stimola la fantasia e i desideri che sono alla base delle ambizioni e della forza di volontà,
          ·        autostima, la spina dorsale dell’essere umano

Questi sono i mattoncini indispensabili per uno sviluppo sano ed equilibrato, la base dalla quale si parte per costruirsi un futuro, molto di più che la mera acquisizione di competenze, l’attitudine alla lotta ambiziosa per primeggiare che provoca al contrario isolamento, allontanamento dalle proprie emozioni e subalternità delle relazioni ai risultati. “Essere sempre i migliori” è un’esigenza degli adulti, bisognosi di conferme, è un obbiettivo non realistico che rovina la spontaneità e la creatività del bambino, soffoca le sue emozioni e lo trasforma in una macchina,  performante e senza senso se non nella competizione, senza gioia e divorato dall’ansia( “ e se dovessi fallire, perdere…?).

La scuola è il banco di prova dei genitori, saremo promossi o bocciati? 

martedì 24 settembre 2013

Uomini violenti e donne sottomesse: chi sono?

          Uomini violenti e donne sottomesse: chi sono?

Molti uomini si chiedono come sia possibile infierire su una donna, la propria compagna, costantemente e con tanto accanimento; molti uomini non comprendono in generale cosa significhi esercitare violenza su chicchessia, figurarsi su di una persona più debole fisicamente, incapace di reagire e in più oggetto d’amore. Molti uomini soffrono nel vedere una donna piangere e disperarsi, e spesso sono mossi da un istinto protettivo nei suoi confronti che li induce a preservarla, almeno fisicamente.

Molte donne si chiedono al contrario come sia possibile accompagnarsi ad un uomo che per abitudine alza le mani, tira calci e pugni, ti manda all’ospedale una volta, due, tre, fino a cancellarti dalla Terra. Molte donne trovano insopportabile un’aggressione anche solo verbale e sono fermamente convinte che mai potrebbero accettare di essere trattate come bambole da fare a pezzi.

Eppure alcune donne accettano, subiscono, e alcuni uomini abusano, aggrediscono, spezzano, uccidono, psicologicamente e fisicamente.

La rabbia potente che prova l’uomo trova un capro espiatorio, un luogo su cui abbattersi e sfogarsi, un regno nel quale può controllare e comandare senza pericolo di ribellioni o smentite, una persona che con l’assenso gli conferma “…si, tu sei il mo padrone, e sono felice  così…”
Ma quando lei invece smentisce, contrasta, si oppone, mostra di essere un individuo non sottomesso, la bolla scoppia “…tu non sei il mio padrone, non ti appartengo e mi oppongo a ciò che vuoi…”
La rabbia esplode, volta a ripristinare l’ordine, il controllo “…ti sbagli, adesso ti mostro io chi comanda, il più forte…”

Questi uomini e queste donne vivono una realtà dolorosa, immersi nelle sabbie mobili di relazioni insane, non sanno come uscirne, non sanno a chi chiedere aiuto, si vergognano della propria condizione e mantengono il silenzio per anni, con la motivazione di voler salvaguardare l’amore, la famiglia…

Le donne vittime di violenza domestica sono persone di ogni età, ceto sociale, livello culturale, e così gli uomini violenti, dal pregevole professionista al capace impiegato, operaio, sindacalista, medico, disoccupato. Sono i nostri vicini di casa, la giovane commessa o l’educato avvocato, il papà che porta il figlioletto a scuola, la mamma che fa la spesa insieme a noi, eppure portano un segreto, che non confidano neanche a se stessi, per paura del giudizio proprio e altrui.

Entrambi sono abituati a questi exploit violenti, ma non ne percepiscono fino in fondo la perversione, l’insensatezza e la pericolosità: queste relazioni sono insane e distruggono le persone che le vivono! L’amore non c’entra nulla, il possesso è tutto!

Parenti ignari non immaginano tanto orrore, parenti informati non sanno come intervenire, le donne pregano di riuscire a resistere alle botte, gli uomini pregano di non perdere più la calma. In molti casi però si può spezzare l’incantesimo senza esserne distrutti, ma bisogna iniziare da se stessi, armati di coraggio, a testa alta, ammettendo di dover affrontare un problema importante ma con la determinazione di chi sa: sapere è potere!

Armati di tanta dignità, scegliere di parlare, scegliere di desiderare una vita migliore, scegliere di amare senza farsi del male, scegliere di farsi aiutare, consigliare, sostenere, abbracciare. Scegliere di vivere e non sopravvivere, preservare il proprio corpo come un tempio, scegliere di voler cambiare e migliorare, farsi aiutare.



giovedì 5 settembre 2013

Rientro pausa estiva: lo stress di chi rientra, di chi non voleva partire, e di chi non ha fatto vacanze!

Rientro pausa estiva: lo stress di chi rientra, di chi non voleva partire, e di chi non ha fatto vacanze!

Quest’anno vorrei porre l’attenzione sull’ambiguità del cosiddetto “stress da rientro”, ovvero uno stato di insofferenza e leggero malessere che sembra cogliere molti al rientro delle ferie. A parte l’ovvia difficoltà a rientrare nei ritmi lavorativi, familiari e cittadini quotidiani dopo aver interrotto la routine per alcune settimane, mi ritrovo spesso a confrontarmi con persone che mostrano una forte insofferenza, non spiegabile con il classico “mal da rientro”.

Mi accorgo che alcuni avvertono una sorta di delusione legata alle aspettative vacanziere, ovvero dopo aver atteso per un anno intero le 2-3 settimane di meritata libertà, al rientro appaiono scarichi e scontenti, eppure raramente per problemi imprevisti, molto più spesso la vacanza in sé non ha rappresentato un momento di cambiamento rispetto alla quotidianità, anzi, in alcuni casi sembrano organizzate in modo da garantire una totale continuità. Vacanza, dal latino vacantia, essere sgombri, vacui… una nuova modalità da sperimentare, magari per accogliere cose nuove!

Di qui lo stress, tanta attesa per nulla, e dinanzi un nuovo anno all’ insegna della routine! 
Allora si sentono meglio coloro che, al contrario, non aspettandosi nulla di buono dalle vacanze, preferiscono la loro quotidianità e attendono con ansia la fine di questo breve periodo di stop per tornare a casa, e rincantucciarsi lì dove tutto è noto.

Ma forse i più sofferenti potrebbero essere coloro che, avendo mille idee per le vacanze, non possono realizzarle per motivi lavorativi, economici, di salute.

Allora chi sono coloro che non risultano stressati?

Quelli che sanno sfruttare il tempo e le possibilità nel migliore dei modi, conoscendo i propri desideri e volontà, orientano le proprie esperienze nella direzione giusta, allora anche pochi giorni di vacanza sono sufficienti a ricaricarsi, anche poche ore nel weekend possono essere foriere di benessere: ovunque siamo, in casa, tenda, albergo, isola o montagna, conta se quello è il luogo dove vorremmo essere, con le persone con le quali vorremmo essere.


Se non è così, il malessere non ci aspetta al rientro, ma ci accompagna.

giovedì 7 febbraio 2013

Come convincere una persona cara ad incontrare lo psicologo



Molte persone mi contattano per raccontarmi la loro preoccupazione ed ansia relativi a persone care: figli, partner, amici, che mostrano segnali preoccupanti di disagio, sintomi fisici, un malessere psicologico che richiederebbe un intervento professionale. Ma cosa fare quando la persona interessata si rifiuta di incontrare lo psicologo? Come comportarsi se lei/lui non ammette la propria difficoltà e rifiuta di farsi aiutare?

Quando ricevo queste telefonate, colgo tutta la preoccupazione del familiare, affranto e impotente dinanzi alla chiusura della persona cara. Poiché tutti hanno timore di scatenare la loro rabbia e magari un allontanamento, mi chiedono come è meglio porsi, se sollecitare dolcemente o imporsi, parlare o fingere distacco, come comunicare affetto e non solo controllo o ansia.

Ovviamente l’approccio cambia se parliamo di un adolescente o di un adulto, se la problematica è ancora leggera o se siamo di fronte ad una sofferenza importante e prolungata nel tempo.

Recentemente, una signora mi ha chiesto come condurre la figlia ad un incontro con me, ipotizzando l’inizio di un disturbo del comportamento alimentare. La giovane non condivideva con la madre né l’ipotesi né l’intervento, e quindi si rifiutava di incontrarmi, temendo di essere analizzata e criticata, sottoposta a domande invadenti da una perfetta estranea.

Chiunque non decida spontaneamente di affidarsi ad uno psicologo, teme soprattutto due cose:
1) essere costretto a parlare di sé, a raccontare comportamenti, emozioni, segreti, senza potersi opporre, un po’ come quando si va dal dottore che ci dice “alzati, spogliati, fai questo e quello, cosa mangi, fumi, bevi...”, insomma un esame al microscopio della propria vita!!
2) fare i conti con una realtà negata e rimossa, prendere atto di una propria difficoltà, limite o comportamento dannoso e/o pericoloso, e la sua origine psicologica mette veramente tanta paura!

Quindi consiglio sempre di rassicurare – il giovane o adulto che sia – sul fatto che l’incontro con lo psicologo ha delle regole ben precise, innanzitutto il totale rispetto per l’intimità della persona, che ha tutto il diritto di tener per sé i suoi segreti fin quando non sentirà di potersi fidare di me; in secondo luogo bisogna sottolineare che lo psicologo è un professionista ingaggiato dal cliente, lavora per lui perseguendo gli obbiettivi decisi insieme, insomma è un prezioso collaboratore al suo servizio!

Avere un incontro con lo psicologo significa creare un luogo e uno spazio gestito dal cliente, rispettoso dei suoi tempi, silenzi o reticenze, dove non esiste giudizio né critica personale; un luogo deputato alla riflessione e alla conoscenza di sé, dove poter esprimere liberamente pensieri ed emozioni, dove approfondire le dinamiche che intrappolano la mente in un circolo vizioso, impedendogli di esprimersi al meglio.

Se la persona è ancora indecisa o chiaramente contraria, il congiunto può offrirsi di iniziare un percorso insieme, avendo come obbiettivo il miglioramento della loro relazione, e non il disagio dell’altro.

 Ad esempio, una moglie stanca del gioco compulsivo del marito inizia con lui un percorso per salvare il proprio matrimonio, in un secondo momento lui decide di farsi seguire per risolvere la sua compulsività. Un papà viene in terapia con il figlio per recuperare un rapporto sfilacciato, i due si chiariscono e si avvicinano, superano il passato, il papà trova il modo per comunicare in modo efficace e affettuoso con il figlio; subito dopo, il giovane si fa aiutare dal padre ad abbandonare l’uso di sostanze stupefacenti.

Non sempre il primo obbiettivo deve essere quello di far sparire il disagio psicologico, meglio comprenderne prima il messaggio sotteso, così che il portatore del disagio possa sentirsi veramente compreso, e non smontato perché considerato “malfunzionante”.

A nessuno piace soffrire, ma soprattutto essere additati e giudicati problematici, inadeguati e bisognosi d’aiuto, tutti vogliono dimostrare di potercela fare da soli, quindi se volete coinvolgere i vostri cari dovete mostrarvi sinceramente comprensivi e non giudicanti, disponibili ad affiancare la persona anche in terapia, senza pretese di cambiamento o trasformazione, a nessuno piace essere trattati come un oggetto a cui voi volete rifare il look, piuttosto come un sistema – che comprende tutti!- finito in un tunnel e che vuole trovare la strada per tornare alla luce.

giovedì 13 dicembre 2012

FIGLIA IERI, MAMMA OGGI!

Tale figlia, altra madre?dipende dall'esperienza fatta!

Noi mamme, quando ci rivolgiamo ai nostri figli, li educhiamo, li abbracciamo, li sproniamo, in ogni istante del nostro rapporto con loro siamo “figlie che fanno le mamme”. E’ importante ricordarlo, perché il nostro essere figlie impregna, pervade e costituisce l’ossatura del nostro essere madri. Sia che si cerchi di riprodurre il modello di comportamento materno, sia che si tenti di demolirlo, quella relazione influenza il sentire ed il fare della neo-mamma. E’ indispensabile allora essere presenti a se stesse, demarcare il passato dal presente, distinguere la voce interiore materna dalla nostra.

 Ma è possibile farlo? Siamo una derivazione della nostra grande Madre o siamo un’entità nuova, siamo il frutto della coppia genitoriale o alla nascita, tagliato il cordone ombelicale, ci siamo elevati ad essere unico e distinto?

 Se poi immaginiamo che, oltre ad essere figli e quindi parte dei nostri genitori, siamo anche parte di un sistema familiare più ampio, riproducendo caratteristiche fisiche e comportamentali del nonno, della zia, della cugina lontana, come a sottolineare la nostra appartenenza genetica ad una matrice ineludibile, dove finisce la nostra unicità, autenticità e quindi libertà di pensiero ed azione? Possiamo essere le madri che desideriamo oppure riproduciamo/contraddiciamo, più o meno consapevolmente, un clichè al quale non possiamo sottrarci?

 Sicuramente “siamo ciò che abbiamo vissuto, siamo in funzione delle relazioni importanti che ci hanno forgiato”, ma siamo anche molto altro, siamo il frutto di un patrimonio genetico che si è ricombinato ogni volta che è stato concepito un figlio; siamo figli di una cultura e di una società che cambia ed evolve; siamo il prodotto di tutte le nostre esperienze, incontri, siamo figli delle nostre letture e dei telefilm, dei maestri buoni e cattivi, degli amici occasionali e dei grandi amori.

 Quindi sicuramente un individuo non è mai la mera riproduzione del suo passato, una madre non riproduce il modello familiare ma ne cotruisce uno nuovo. Ora, l’originalità di questo nuovo modello dovrebbe seguire la personalità, l’autenticità della persona; se al contrario “non ci sentiamo nella nostra pelle” quando ci relazionamo con i nostri figli, forse abbiamo costruito una relazione formalmente giusta ma poco autentica, incoerente con il nostro vero modo di essere. Ogni madre può, anzi deve, relazionarsi per com’è, costruire la relazione con il figlio mostrandosi vera e quindi affidabile, costante e coerente, piuttosto che compiacente e “politicamente corretta”; sarà poi la risposta del figlio a costituire l’unico feedback utile per tarare e affinare la relazione, e non altre figure genitoriali interiorizzate, non la voce del passato, non la voce giudicante dei parenti tutti. Il confronto è utile, la soggezione o la sottomissione ad altro da sé, decisamente meno!

 Il rapporto affettivo è come un vestito sartoriale che madre e figlio si cuciono addosso, rispettando le diversità ed integrandole in un processo di scambio e quindi rinnovamento continuo.

lunedì 23 aprile 2012

La Terapia di coppia


Molti si chiedono se la terapia di coppia e' efficace, in effetti la domanda e' pertinente, ma va specificata. Ovvero, partiamo da un esempio preso da un altro ambito.
Chiediamoci, per esempio, se l'aspirina e' efficace. Lo e'? Dipende, come tutti ben sapete.
Da cosa?
In primis dall'uso, ovvero quale problema vogliamo risolvere con essa.
Mettiamo che si voglia far abbassare una febbre, in effetti in molti casi c'e' una riduzione della temperatura, pero'...ci sono molti distinguo da fare. Se c'e' un'infezione non curata la febbre ritornera', oppure se il dosaggio e' troppo basso non sara' sufficiente ad ottenere un buon risultato; poi ci sono tutte le variabili personali, per cui con Tizio sara' efficacissima e con Caio meno, i tempi di risposta sono soggettivi ecc... E se poi mettiamo che con l'aspirina vogliamo curare, che so, il mal di schiena, o altro per cui non e' indicata? Ebbene, la sua azione sara' con tutta probabilita' nulla.
Allora, l'aspirina funziona? Dipende! Stesso discorso per ogni psicoterapiafunziona se utilizzata a dovere, con obbiettivi chiari e raggiungibili, che le sono propri, con un efficacia che e' teoricamente e sperimentalmente riconosciuta, ma fortemente influenzata da una serie di variabili soggettive.
La terapia di coppia e' particolarmente complessa alla partenza, perche' la formulazione degli obbiettivi deve tener conto delle esigenze di due persone, diverse e in disaccordo, e a volte anche di figli e altri congiunti. 
Quindi, la prima fase del lavoro psicologico consiste nel dichiarare un intento comune, adatto alla formula della psicoterapia di coppia, chiaro e condiviso.
leggi l'articolo completo sulla Terapia di Coppia

giovedì 24 novembre 2011

Il sesso dopo la nascita del figlio

La maternita, come la paternita', e' un'esperienza coinvolgente e sconvolgente che mette a dura prova l'equilibrio di coppia, dal punto di vista fisico, psicologico e sociale. Le abitudini della coppia sono completamente stravolte, il tempo a disposizione si riduce enormemente e cosi' ogni uomo e donna opera una selezione delle attivita' alle quali si dedicava in precedenza. Le mamme magari rinunciano alla palestra, i papa' allo stadio, poi riducono le uscite serali, incontrano meno gli amici, le giornate sono scandite dalle esigenze del piccolo arrivato, ovvero la preparazione delle pappine, il riposino, la visita pediatrica, e tutto il resto finisce in secondo piano.

I primi mesi gioca un ruolo importante anche la stanchezza fisica, le notti in bianco e le giornate convulse, tra lavoro e casa, sottopongono le donne a forte stress fisico e mentale, e a seconda del suo stato di coinvolgimento, anche il papa'. Stressati, stanchi e assonnati, la passione sessuale si assopisce, eppure la spiegazione non e' cosi' semplice e scontata.

Una riduzione del desiderio e' comprensibile per alcuni mesi, cosi' come la percezione della donna di essere "una sorta di oggetto destinato alla nutrizione del cucciolo" e non un oggetto sessualmente appetibile. Anche per l'uomo l'immagine della donna cambia, la vede trasformarsi nel corpo, magari cambiare le forme in modo non sempre piacevole, la identifica con "la mamma buona e disponibile" e non piu' con "la tigre appassionata" che incontrava a letto.

Abbiamo cosi' intravisto due problemi essenziali che ostacolano la vita sessuale, uno e' il tempo ridotto, l'altro consiste nell' immagine della donna - e di conseguenza dell'uomo - che si identifica con la santita' della madre e non con la carnalita' della donna.

Per aggirare questi ostacoli serve la volonta' di riavere un equilibrio sessuale e la consapevolezza che la maternita' non segna il confine tra femminilita' e maternita', bensi' rappresenta un nuovo stadio della vita dove diverse funzioni vanno ad integrarsi.

Considerati questi primi due aspetti, vanno ad aggiungersi tanti altri fattori personali e di coppia. Se la sessualita' di coppia viveva gia' in precedenza un periodo di stanchezza, la maternita' puo' rappresentare una scusa perfetta per evitare incontri notturni poco gratificanti.

Ancora piu' seria e' la situazione quando le difficolta' di comunicazione della coppia si riflettono sulla vita intima, ovvero la freddezza sessuale diventa un messaggio per il partner, sia da parte della donna che dell'uomo, del tipo "mi trascuri, questo mi fa arrabbiare e quindi non voglio concedermi' oppure " tanto pensi solo al bambino, di me non hai piu' voglia" e ancora "visto che mi lasci sola tutto il giorno, non sono disponibile per te la notte".

E' indispensabile quindi distinguere le difficolta' oggettive da quelle soggettive, e si puo' iniziare distinguendo la mancanza di occasioni dalla mancanza di desiderio. Se marito e moglie non riescono a dormire insieme perche' il bimbo piange la notte, non significa che non abbiano voglia di toccarsi, abbracciarsi o darsi piacere, basti ricordare quanto poteva essere eccitante il sesso occasionale e scomodo della gioventu', per niente sminuito dalle difficolta' di alloggio o tempo. A volte invece il nascituro diventa il muro autorizzato che la coppia costruisce al fine di allontanarsi fisicamente in piena incoscienza.

Quando il desiderio e' presente, spesso deve superare una serie di ostacoli messi apposta per provarne l'autenticita' e la purezza, come una prova d'amore che soprattutto le donne chiedono ai propri partner. Quando la donna fatica a concedersi del tempo per se', ancor meno si concede dei momenti di puro piacere - perche' le sembra di trascurare il figlioletto - e quindi vorrebbe che anche il partner mostrasse:

  • a) lo stesso senso di colpa;
  • b) la stessa difficolta' a lasciarsi andare
  • c) comprensione per la rigidita' della compagna

Se invece il partner mostra desiderio e volonta' di approccio, mostrando insofferenza per la reticenza femminile, la donna si sente mortificata, per la sua inadeguatezza , e arrabbiata allo stesso tempo per la mancanza di tatto maschile, sentendosi costretta a fare qualcosa che non desidera. E' necessario allora che la donna si confronti con l'uomo senza vantare una superiorita' ne' percependosi in difetto " io mi curo di nostro figlio quindi si fa quello che voglio io"/"se non sono attiva come prima, mi tradira' di sicuro" e trovando dentro di se' il senso piu' profondo di una caduta del desiderio sessuale, senza nascondersi dietro gravidanza e maternita'.

L'uomo al contempo deve comprendere che per la donna la maternita' puo essere vissuta come un ruolo principale, come un lavoro a tempo pieno che occupa tutta la sua mente, e quindi e' suo compito aiutare la compagna a ritagliarsi un po' di tempo per se', per il sesso ma non solo, sostenendola e spalleggiandola quando i suoi desideri tornano finalmente a galla, che sia desiderio di una manicure o una passeggiata, un cinema o una serata romantica. Quanto prima la maternita' viene concepita come un elemento da integrare con altri, tanto prima il pensiero ed il desiderio potranno concentrarsi sui diversi aspetti della vita.